Dopo il successo del primo capitolo, nel 2024 il Milanese Imbruttito è tornato sul grande schermo con Ricomincio da taac, diretto ancora una volta da *del Bono e Snellinberg* (con la produzione di Medusa Film e Wildside).
Se Mollo tutto e apro un chiringuito aveva costretto l’Imbruttito a fare i conti con la natura e i ritmi lenti della Sardegna, questo secondo capitolo sceglie una strada diversa: riportare il caos della provincia e la follia della finanza sotto una nuova, esilarante luce, giocando con i cliché del mondo corporate post-pandemico.
La vita dell’Imbruttito sembrava aver trovato una sua quadra, ma la quiete dura poco nel mondo del business. Nel film, il nostro protagonista si ritrova improvvisamente spogliato di tutto: status symbol, giacca a tre bottoni, auto aziendale e, peggio di ogni altra cosa, del suo amato fatturato.
Vittima di un complotto aziendale o di una serie di catastrofiche decisioni manageriali, l’Imbruttito si ritrova emarginato dal giro che conta. Costretto a ricominciare dal basso, deve reinventarsi in ruoli che per lui sono pura fantascienza, tra tentativi maldestri di riscatto sociale, lavoretti umili (per i suoi standard) e la necessità di fare i conti con una Milano che nel frattempo è andata avanti, tra startup sostenibili e green economy. Riuscirà a rimettere in piedi il proprio impero personale gridando il suo celebre motto?
Germano Lanzoni indossa i panni dell’Imbruttito con ancora maggiore sicurezza. In questo film, il protagonista mostra crepe più evidenti nella sua corazza di cinismo e arroganza. La caduta economica e di status permette di esplorare una vena leggermente più malinconica, senza mai perdere la verve comica.
Il film azzecca il bersaglio quando prende in giro le mode aziendali più recenti: il team building estremo, il mindfulness forzato in ufficio, le criptovalute, il gergo finto-inclusivo delle multinazionali e la retorica tossica dell’hustle culture.
Funziona molto bene la dinamica corale. Accanto a Lanzoni ritroviamo le figure chiave come la moglie e i fedeli collaboratori, che ampliano le gag e offrono punti di vista differenti sulla frenesia milanese.
Per quanto divertente, la struttura narrativa rischia talvolta di sembrare una variazione sul tema del primo film. Ancora una volta il protagonista deve subire una lezione di vita per capire che “i soldi non sono tutto”, una traiettoria morale già ampiamente esplorata nel capitolo precedente.
Alcuni personaggi secondari e certe situazioni comiche tendono all’accumulo, strizzando un po’ troppo l’occhio alle dinamiche dei reel di Instagram e rischiando l’effetto “sketch prolungato”.
Il film conferma la bontà dell’operazione cinematografica legata al brand del Milanese Imbruttito. Non si prende mai sul serio, diverte con battute a raffica e offre uno specchio (estremamente deformato ma sorprendentemente lucido) delle nevrosi lavorative dei nostri giorni.
Se vi è piaciuto il primo, questo capitolo non vi deluderà: è la classica commedia leggera che si lascia guardare tutta d’un fiato, perfetta per chiunque abbia almeno una volta risposto a una mail di domenica sera.
