Nel racconto risorgimentale e storiografico del brigantaggio post-unitario, la figura della donna è stata a lungo relegata al ruolo di comparsa passiva, vittima collaterale o scaltra “druda” (concubina). Eppure, tra le alture impervie del Vulture, le fitte foreste del Pollino e le gole scoscese della Lucania, la rivolta contadina contò centinaia di protagoniste femminili.
Quelle donne, bollate dalla stampa governativa sabauda e dalla storiografia ufficiale dell’epoca come “furie sanguinarie” o “cattive femmine”, furono in realtà il prodotto complesso di una profonda lacerazione sociale, culturale ed economica.
L’Unità d’Italia nel 1861 non portò nelle campagne lucane il riscatto sociale tanto atteso. La vendita delle terre demaniali ed ecclesiastiche, anziché avvantaggiare la massa dei braccianti impoveriti, finì per arricchire la borghesia terriera terriera e i vecchi proprietari. A questa profonda delusione si aggiunsero:
- L’innalzamento della pressione fiscale (con tasse odiate come quella sul macinato);
- L’introduzione della leva militare obbligatoria, che privava le famiglie contadine di braccia indispensabili per la sussistenza.
In questo clima di miseria e disperazione, la macchia e la clandestinità diventarono per molti l’unica alternativa al carcere o alla fame. Ma se per gli uomini la scelta di unirsi alle bande di Carmine Crocco, Ninco Nanco o Giuseppe Schiavone aveva una forte matrice di reazione sociale e politica, per le donne rappresentò un atto ancor più radicale: una rottura drastica e irreversibile con la cultura dell’epoca.
Sul piano sociologico, la donna lucana dell’Ottocento viveva reclusa in una struttura patriarcale rigida e soffocante, sottomessa prima all’autorità del padre e poi a quella del marito. La sua vita si consumava tra il lavoro dei campi, la cura della casa e i doveri religiosi.
Scegliere la macchia significava spezzare violentemente queste catene, compiendo un gesto sovversivo ben oltre l’aspetto ideologico. Le motivazioni sociali del fenomeno furono molteplici:
- Fuga da violenze e prevaricazioni: Molte donne fuggirono nei boschi per scampare ai soprusi dei proprietari terrieri o alle violenze dei soldati occupanti durante le perquisizioni nei paesi.
- Legame affettivo e solidarietà familiare: Molte seguirono mariti, padri o fratelli già latitanti per non lasciarli soli, per evitare di essere arrestati come ostaggi dal governo o per garantire la sopravvivenza dei propri figli.
- Adesione consapevole alla rivolta: Un nucleo significativo di brigantesse scelse la macchia in prima persona, mossa da un desiderio di riscatto e dignità, rifiutando il destino di rassegnazione prestabilito.
Le brigantesse non furono semplici spettatrici: svolsero ruoli cruciali come spie, staffette, infermiere, cuoche, custodi dei riscatti e, molto spesso, combattenti in prima linea pronte a imbracciare il fucile.
Dal punto di vista antropologico, il passaggio dalla vita di paese alla latitante “vita di bosco” richiedeva una vera e propria trasfigurazione simbolica ed esteriore:
- I vestiti maschili e il taglio dei capelli: Le brigantesse recidevano le lunghe trecce, indossavano i calzoni di panno rigido, le giubbe, i cappellacci e i tradizionali zampitti (le calzature contadine). Questo cambio d’abito non rispondente alle norme di genere dell’epoca non era solo un’esigenza pratica per muoversi tra i rovi, ma un simbolo di appropriazione del potere e della forza maschile.
- La percezione popolare: Nei paesi della Basilicata, l’immagine della brigantessa suscitava una duplice reazione: l’orrore delle classi agiate, che la vedevano come un mostro contro natura, e la segreta ammirazione del popolo plebeo, che scorgeva in lei una vendicatrice dei torti subiti dai deboli.
Tra le centinaia di donne che affollarono i tribunali militari dell’epoca, alcune figure sono assorte a veri e propri simboli della resistenza contadina:
Filomena Pennacchio (La “Regina del Vulture”)
Origine avellinese ma operante a lungo tra le selve del Vulture e della Lucania, fu la compagna del celebre capobanda Giuseppe Schiavone. Donna di rara bellezza ma di straordinaria freddezza tattica, partecipò a numerosi scontri armati dimostrando un coraggio che sbalordì gli stessi ufficiali sabaudi. Catturata incinta nel 1864, affrontò il processo con grande dignità, scontando anni di carcere senza mai rinnegare la propria storia.
Michelina De Cesare
Pur operando principalmente tra il Matese e i confini della Terra di Lavoro, la sua figura è diventata il simbolo universale delle brigantesse del Sud. Affiancò il compagno Francesco Guerra con compiti di strategia e comando. La sua vicenda si concluse tragicamente nel 1868: uccisa in combattimento, il suo corpo fu brutalmente svestito e fotografato dalle truppe sabaude per mostrare la vittoria dello Stato. Quella foto propaganda, pensata per umiliarla, finì paradossalmente per consacrarne il mito.
Maria Rosa Marinelli e Giuseppina Vitale
Legate alla banda di Carmine Crocco e ad altri gruppi del Vulture e del Pollino, dimostrarono una profonda intelligenza organizzativa. Giuseppina Vitale, in particolare, fu una figura chiave nella gestione della rete dei “manutengoli” (i sostenitori locali che garantivano viveri e informazioni alla banda).
Arcangela Trimini e Maria Giovanna Tito
Compagne di briganti temuti come Ninco Nanco e Agostino Sacchitiello, condussero per anni una vita durissima tra i boschi lucani, partecipando a imboscate e dimostrando un’incrollabile fedeltà alla causa contadina.
Con la spietata applicazione della Legge Pica (1863) e l’inasprimento della repressione militare, il movimento del brigantaggio venne stroncato nel sangue. Molte brigantesse morirono in scontro di fuoco, altre finirono liberate dopo lunghi anni di carcere duro, spesso recluse nel bagno penale di Fenestrelle o nelle carceri del Nord.
La storiografia moderna ha finalmente restituito a queste donne la loro vera dimensione: non più comparse folcloristiche o figure demoniache, ma donne complesse che, poste di fronte all’ingiustizia e alla disperazione, preferirono la feroce e pericolosa libertà della montagna alla rassegnata servitù della piana.
