La rivoluzione di un Dio che ha il fiatone, ride e si commuove.

Se la grande forza della serie ideata da Dallas Jenkins sta nel rendere vivi e credibili i discepoli, il capolavoro assoluto risiede nella rappresentazione di Gesù, magistralmente interpretato da Jonathan Roumie. Per la prima volta sullo schermo, la figura del Nazareno viene spogliata di quella patina ieratica, marmorea e distante — tipica di tanta iconografia classica e di molte produzioni religiose del passato — per restituirci un ritratto di un’umanità sconvolgente, vera e profondamente radicata nella carne.

Il Gesù di The Chosen non è un santino bidimensionale, ma un uomo in cui la divinità non annulla la natura umana, bensì la abita pienamente. Ecco come questa umanità prende vita nella serie.

La prima cosa che colpisce guardando la serie è la concretezza fisica del Nazareno. Gesù ha un corpo che sperimenta i limiti del tempo e dello spazio.

Lo vediamo camminare per chilometri sotto il sole cocente della Galilea, arrivare a destinazione con la polvere addosso, massaggiarsi i piedi stanchi, avvertire i morsi della fame e crollare in un sonno profondo e pesante la sera.

Non è un oratore distaccato che vive di sola teoria. Nei momenti di pausa lo vediamo impegnato nei lavoretti di falegnameria, ad aiutar nei preparativi per un banchetto, a cucinare o a trasportare pesi. È un uomo che sa cosa significa lavorare con le proprie mani.

Questa è forse la sorpresa più grande per chi si accosta alla serie. Il Gesù di The Chosen sorride spesso, ride di gusto alle battute dei suoi seguaci, fa qualche scherzo bonario e sa stare allo scherzo. Ha una gioia di vivere contagiosa che demolisce l’idea di un Messia triste o perennemente cupo.

Nella serie, Gesù non è un automa impassibile che “sa già come andrà a finire”. Vive le emozioni con una risonanza emotiva potentissima e viscerale:

Quando guarda le persone, che sia una prostituta distrutta dai sensi di colpa, un pubblicano emarginato o una madre disperata, il suo sguardo non è mai freddo o giudicante. Si vede chiaramente quanto il dolore altrui lo tocchi fisicamente, quasi facendogli male. Gesù mostra anche i limiti della pazienza umana di fronte alla testardaggine dei suoi apostoli. Alza gli occhi al cielo, sospira profondamente, a volte perde la pazienza (senza mai scadere nella cattiveria) di fronte alle loro meschinità, alle discussioni su chi sia il più grande o all’incapacità cronica di comprendere il senso profondo del suo messaggio. Nonostante sia circondato da folle oceaniche e dai suoi amici più cari, la serie ci mostra la profonda solitudine interiore del Figlio dell’Uomo. Nei momenti di preghiera intima, la sua voce trema, i suoi occhi si riempiono di lacrime e traspare tutta la consapevolezza del prezzo altissimo che dovrà pagare. La croce non è un concetto astratto per lui, ma una realtà dolorosa che anticipa e teme umanamente.

Ciò che rende questo Gesù così irresistibilmente magnetico è il modo in cui tratta le persone, una per una:

Non ha un discorso standard o preconfezionato per tutti. Con Simone usa la provocazione e la fermezza; con Matteo usa la delicatezza e il silenzio; con i bambini è giocoso e affettuoso; con le donne — in un’epoca in cui contavano ben poco — ha un rispetto e una considerazione rivoluzionarie, valorizzandone il ruolo spirituale e intellettuale.

Gesù ha dei preferiti in senso umano? Sì, i Vangeli ce lo dicono e la serie lo esplora magnificamente. Il suo legame con Lazzaro, Marta e Maria di Betania, o la confidenza affettuosa che instaura con i suoi discepoli, mostra il bisogno umano di avere una “casa”, un posto in cui sentirsi accolto e amato per quello che è, e non solo per i miracoli che compie.

Il grande merito di The Chosen e dell’interpretazione di Jonathan Roumie è di aver reso Gesù accessibile. Guardandolo, lo spettatore pensa: “Se è così umano, allora può capire davvero quello che provo”. La sua grandezza non sta nell’essere distante dai nostri drammi, ma nell’esserne così profondamente intriso da poterli accogliere, comprendere e redimere dall’interno.

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