L’orrore ha l’odore di carta stampata e palloncini rossi.

Se dovessimo scegliere un’opera in grado di definire non solo la produzione di Stephen King, ma l’intera essenza del romanzo di formazione dark, la risposta sarebbe inevitabilmente It. Pubblicato nel 1986, questo monumentale mattone di oltre mille pagine non è semplicemente una storia di mostri: è un viaggio epico, viscerale e commovente nel cuore dell’infanzia e nei traumi che ci portiamo dietro da adulti.

La storia si muove su un doppio binario temporale. Da un lato ci troviamo nella Derry del 1958, dove sette ragazzini emarginati che si autoproclamano il “Club dei Perdenti” (The Losers’ Club) affrontano un’entità malvagia primordiale che assume le sembianze di un clown ballerino di nome Pennywise. Dall’altro, ci troviamo nel 1985: quei bambini sono ormai adulti lontani da Derry, ma una telefonata improvvisa li costringe a mantenere un giuramento fatto da ragazzi: tornare a casa per sconfiggere It una volta per tutte, prima che riprenda a mietere vittime.

La vera forza del romanzo non risiede nell’orrore soprannaturale, ma nella straordinaria chimica tra Bill, Beverly, Ben, Richie, Eddie, Stan e Mike. Il loro legame fraterno è un baluardo luminoso contro il buio. La cittadina del Maine non fa solo da sfondo, ma è un organismo corrotto e silenziosamente complice del male che la abita.

Pennywise non è che la personificazione delle paure più profonde, dei segreti inconfessabili e della perdita dell’innocenza che accompagnano il passaggio dall’infanzia all’età adulta.

“Ben, Bill, Beverly, Richie, Eddie, Stan, Mike. I Perdenti. Lottarono contro la Cosa perché non c’era nessun altro a farlo.”

Leggere It significa lasciarsi travolgere da un’onda emotiva che sa far sorridere, commuovere e, naturalmente, terrorizzare. King scrive con una potenza evocativa rara, capace di trasformare un semplice canale di scolo o un album di figurine in una fonte di pura tensione.

Non è solo un libro da leggere con la luce accesa: è un romanzo da vivere pagina dopo pagina, che alla fine lascia addosso una dolce malinconia e la consapevolezza che “certi legami non si spezzano mai”.

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