La genesi del capolavoro di Alex Proyas fu un percorso tortuoso, quasi stregato, nato in un’epoca in cui Hollywood guardava ai cinecomic con estremo scetticismo e considerava Il Corvo un progetto troppo oscuro, nichelista e invendibile. Quando il produttore Edward R. Pressman decise di acquistane i diritti alla fine degli anni ottanta, pensò inizialmente a un adattamento bizzarro, addirittura con un taglio da musical rock interpretato da Michael Jackson o Brandon Lee nei panni del protagonista. Fu solo l’arrivo di Alex Proyas, regista di videoclip con un occhio formidabile per il gotico industriale e un’estetica visiva debuttante ma potentissima, a dare al film la sua vera anima. Proyas capì subito che non bisognava edulcorare il fumetto di James O’Barr, ma anzi amplificarne la forza visiva, trasformando la Detroit decadente della carta stampata in un’allucinazione urbana perenne, percorsa da una pioggia incessante, nebbia e architetture gotiche che sembravano usurate dal tempo e dal dolore.
Per dare vita a Eric Draven, la produzione vagliò diversi nomi, ma fu Brandon Lee a lottare con le unghie e con i denti per quel ruolo, vedendolo come l’occasione d’oro per uscire dall’ombra ingombrante del padre Bruce Lee e dimostrare il proprio spessore drammatico. Lee si immerse totalmente nel personaggio, perdendo molti chili, studiando il movimento corporeo del mimo e plasmando quel trucco iconico ispirato alle maschere del teatro Kabuki e a Lou Reed. Le riprese a Wilmington, nella Carolina del Nord, furono però flagellate da una sfortuna nera e da condizioni climatiche proibitive, con uragani che distrussero i set esterni, problemi di budget e tensioni continue sul set che resero la lavorazione un vero e proprio calvario fisico e mentale per la troupe.
Poi, a pochi giorni dalla fine delle riprese, il 31 marzo 1993, si consumò la tragedia che avrebbe segnato per sempre la storia del cinema: un tragico incidente con un’arma da scena costò la vita a Brandon Lee, a soli ventotto anni e a un passo dalle nozze nella vita reale. Il set piombò in uno shock devastante, e per settimane il film sembrò destinato a non vedere mai la luce, considerato da molti un progetto maledetto e impensabile da completare. Fu la famiglia di Brandon, in particolare la madre e la futura sposa Eliza Hutton, a insistere affinché l’opera venisse ultimata, convinte che fosse il modo migliore per onorare il talento e la dedizione del giovane attore.
Con l’aiuto di controfigure, di una riscrittura intelligente di alcune sequenze e dei primi, pionieristici effetti digitali di ringiovanimento facciale dell’epoca, Proyas riuscì a ricomporre il mosaico e a terminare il film. Quando Il Corvo uscì nelle sale nel 1994, si caricò inevitabilmente di un significato spettrale e leggendario: il dolore di Eric Draven sullo schermo si fuse indissolubilmente con il lutto reale del pubblico per la perdita di Brandon. Non fu solo un successo clamoroso al botteghino, ma un vero e proprio evento generazionale, spinto da una colonna sonora rock e industrial memorabile che definì l’estetica gotica degli anni novanta e consegnò il film e il suo protagonista all’immortalità.

Il remake non poteva avere successo, proprio per i motivi che hai elencato alla fine del post: i fattori che avevano reso un cult il film originale (ovvero la morte dell’attore protagonista e l’estetica fortemente anni 90) non erano replicabili. Fare un film de Il corvo senza né Brandon Lee né l’estetica anni 90 è come fare una torta senza né latte né zucchero: è ovvio che il risultato finale sarà disgustoso. Il pubblico in realtà l’ha trovato disgustoso anche per un altro motivo, ovvero la sensazione diffusa che chi ha lavorato a questo remake stesse profanando la memoria di Brandon Lee per vile denaro. Ed è una sensazione piuttosto fondata, direi.
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